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La risposta della pittura
Fare il pittore, ed in questo caso si tratta di una scelta che fin dai lontani esordi si rivelò subito definitiva, significa decidere di non avere e di non cercare d’avere certezze oltre alle proprie convinzioni, alle proprie intime fissazioni. La stessa scelta astratta-informale, o comunque la si voglia nominare, in parte forse dettata anche dalla passione per alcuni maestri, fu naturale: lì si rivelò più diretta ed autentica la comunicazione tra mano-pensiero-colore, tra l’io e la materia.
Al di fuori della coscienza dell’io sensibile, del suo sentirsi nel tempo, il mondo esterno può al massimo essere riflesso, memoria, forse sponda al proprio gioco; di certo la realtà frammentata, sfuggente, spesso indecifrabile, ossessivamente e continuamente riscrivibile, si rivela impostura, sempre. (Per quanto essa si presenti sotto le molteplici e giustificatrici lusinghe dei “sistemi” Racconto/Storia, Sentimento/Autobiografia, Prodotto/Mercato). Cercarvi un appiglio o una conferma, significa in partenza rinunciare non solo ad individuare l’autenticità possibile dell’io che vive, ma anche rinunciare ai voli e ai sogni, insomma perdere il tempo, o per meglio dire, smarrire il senso dell’io nel tempo.
La mania, nel senso platonico del termine, che s’impossessa dell’io e lo “entusiasma”, è l’antidoto alla tristezza del fondo oscuro che scorre dentro di noi. Laggiù, all’origine delle ramificazioni delle nostre fibre nervose e muscolari, riaffiorano le ombre e i riflessi del giardino “dove siamo stati fanciulli…Non è necessario mettersi in viaggio per rivederlo; bisogna scendere per ritrovarlo”*.
L’ispirazione viene nell’attimo, presentissima e sottile, impressione imprevedibile e irrinunciabile che “sorpassa” la coscienza e la obbliga a mettersi all’opera.
Così la causa del fare è una necessità, sempre, e la sostanza è la tecnica: il come disegna l’unico universo plausibile. Qui si ricomincia ogni volta dalla tela bianca (e si tratta di una scelta di schiavitù**, o di linguaggio se preferite), e la tecnica è l’unico metodo, in ogni circostanza ripresa in considerazione, proprio per vedere dove può ancora portare e quali visioni/immagini si formeranno inoltrandovisi il più possibile.
Il risultato (finale) non è dunque un obiettivo predefinito. Ad un certo momento, nel flusso del lavoro, il pittore individua, sotto la pressione di un istinto pur carico di memorie, uno stato in cui gli pare che l’emozione abbia trovato sostanza, (riparando all’errore imperdonabile della cultura occidentale: concettualizzare la complessa sostanza umana sotto la forma antitetica di anima e corpo) gli pare, insomma, che il concetto sia diventato materia.
La tradizione critica della pittura è oggi analizzata ***, pastorizzata e riconsegnata già digerita: un po’ informazione supponente, un po’ pedante enciclopedia, emozione di rado. I critici militanti (etimologia inquietante), i più gettonati (etimologia calzante), in interviste su un futuro opinabile dell’arte, non perdono mai l’occasione di dare una sbirciatina al mercato, più o meno consapevolmente incuranti del fatto che, se un futuro dell’esperimento culturale umano ci sarà, sarà etico, dunque estetico, cioè sarà amore e sarà passione. Ogni quadro compiuto, ogni opera autentica, obbliga l’autore a fare i conti con la propria coscienza: è questo quello che volevo, che dovevo fare? è stato dipinto qui e ora il massimo possibile? Una vita che non è sottoposta ad esame non è degna di essere vissuta.
Come sempre la pittura cerca nella sua definizione e nella sua storia un’epifania della bellezza. Niente Homo Sapiens senza Homo Poeticus.
Ed ancora la pittura, inesausta, sembra straripare; nelle ombre, nelle pieghe polverose e trascurate di qualche Rembrandt, pur noto, r-esiste una possibilità di continuare, oltre l’eco, una voce, una scia non spenta del tutto. L’opera possiede il ritmo di una danza solitaria, animata di gesti attenti e ad alta concentrazione, una danza intorno all’io, al rosso, al giallo, al nero. Rispetto alla modernità corrente, i quadri riusciti, percorsi da un brivido intenso o da un abbaglio persistente, sono sì episodi tangibili di orgoglio, ma sono soprattutto il risultato di un esercizio poetico che è uno straordinario acceleratore della coscienza e della comprensione dell’universo.
Scrivo qui nell’ambiguo ruolo di osservatrice interessata; la mia riflessione si sforza di procedere dall’interno delle opere con il massimo dell’empirismo critico. Quest’occhio interno mi permette di individuare le radici e le logiche non spontanee e non teoriche, ma tecniche e materiali, della creazione. Sono però certa che non sfugge, ad un osservatore un po’ attento, il soffio di selvaggia e irragionevole felicità che vibra nei colori e nelle polveri, la pregnanza di questi quadri che non restano adagiati e sopiti nei loro telai per non uscirne più, ma diventano immagini ostinate nell’affollarsi approssimativo e distratto della quotidianità. (“le déluge linguistique et figuratif ordinaire”)
(Brenda Bacigalupo)
* M.Proust. “I Guermantes”
** Così Gide ”…la libertà … ovvero la scelta della propria schiavitù”.
*** Come non rendersi conto, o non essersi (ahimè) allora resi conto, che non è possibile una poiesis analitica, poiché la poesia, laddove è veramente abbandono a, visione e concentrazione de “l’intimo senso dell’essere”, non può mai essere operazione coi tempi e i modi di un’analisi, ma anzi “solo” risultato estatico ed espresso di una mente creativa, quindi semmai analisi sulla poesia una volta che essa è accaduta, ma di certo non poesia dell’analisi o analitica che dir si voglia o si sia voluto.
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